
Michael Jackson era una PAS? Sensibilità, trauma e categorie usate con cura.
Da quando è uscito Michael, il biopic di Antoine Fuqua con Jaafar Jackson uscito a fine aprile, già record mondiale di incassi nel weekend d’apertura, ho notato una cosa.
Persone che escono dalla sala con gli occhi ancora lucidi e scrivono: “Mi sento distrutta dentro. Lui era sicuramente una PAS.”
Lo capisco. Davvero. E però mi fermo sempre un momento. Perché qualcosa mi stona.
Parliamo di lui, prima
Perché Michael Jackson non è un caso neutro su cui esercitarsi.
Era un bambino abusato fisicamente e psicologicamente da suo padre Joe, lui stesso lo raccontò pubblicamente nell’intervista con Oprah del 1993, davanti a milioni di persone. Non parlava di un’infanzia difficile in senso vago: parlava di terrore, di frustate, di un corpo-bambino che a cinque anni era già uno strumento di lavoro altrui.
Non ebbe mai davvero un’infanzia. Non ebbe mai davvero una guarigione, per questa ferita.
Nel 1986 gli fu diagnosticata la vitiligine, che gli cambiò il colore della pelle in modo progressivo e visibilissimo, mentre il mondo lo scrutava e lo derideva, convinto che stesse “cercando di diventare bianco”. Aveva anche il lupus. Aveva subito gravi ustioni sul set di uno spot nel 1984, con conseguenze fisiche che lo seguirono per anni. Aveva, secondo diversi dermatologi e psicologi che ne hanno scritto, un disturbo da dismorfismo corporeo (BDD): un rapporto con il proprio aspetto fisico che non era vanità né eccentricità, ma sofferenza concreta. Le rinoplastiche ripetute fino alla distruzione del tessuto nasale raccontano qualcosa di molto più oscuro di un capriccio da star.
Morì per overdose da propofol, un anestetico che usava per dormire. Un medicinale-droga che prendeva da anni e anni.
Tutto questo per dire: Michael Jackson era una persona che aveva sofferto enormemente, che non era mai riuscita a superare la ferita originaria, e che aveva sviluppato meccanismi di sopravvivenza complessi, costosi, a tratti autodistruttivi. Era anche, innegabilmente, un artista di rara intensità creativa. Chi lo negherebbe?
Ma era una PAS? La domanda riguarda da vicino il modo in cui parliamo di alta sensibilità, Persone Altamente Sensibili e trauma.
Ecco dove mi si inceppa qualcosa. Perché abbiamo bisogno di incasellarlo, di definirlo?
Non dico che non lo fosse, altamente sensibile, né che sia impossibile che lo fosse. Non sto dicendo nulla di tutto questo. Mi faccio solo delle domande.
Non dico neppure che la sensibilità non possa coesistere con il trauma; anzi, ci sta che l’alta sensibilità, nel suo tratto estremo, ci conviva, con il trauma, ci si intrecci e magari ci si confonda pure. Ma mi chiedo: quando usciamo dal cinema “devastate” e diciamo “era sicuramente una PAS”, cosa stiamo davvero cercando di fare?
Stiamo leggendo una persona reale, morta, complessa, controversa – con una storia clinica documentata, con accuse gravissime mai del tutto risolte, con una vita che sfugge a qualsiasi categoria semplice – e la stiamo portando dentro un contenitore che ci è familiare, che ci dà conforto, che ci fa sentire di aver capito qualcosa. Ma capire è diverso da riconoscere. E riconoscere è diverso da appropriarsi.
Una cosa che mi chiedo (e la dico con delicatezza)
C’è una lettura che mi giro in testa da un po’, e la propongo come ipotesi, non come accusa.
Mi chiedo se, in certi casi, dietro la certezza entusiastica “era sicuramente una di noi”, non si nasconda anche qualcosa di più sottile: una certa soddisfazione nell’associarsi a una figura di grandezza assoluta attraverso un tratto identitario che si sente raro e speciale.
Le PAS rappresentano una minoranza. Questo è assodato. Essere una persona altamente sensibile, in una cultura che premia il rumore e la corazza, può portare a pensare di avere qualcosa di prezioso e incompreso. Ed è vero, lo confermo: c’è qualcosa di prezioso, in questa sensibilità.
Ma quando cominciamo a “riconoscere” nelle stelle più luminose della storia un tratto che condividiamo con loro, vale la pena chiedersi: stiamo davvero leggendo loro, o stiamo cercando conferme di noi stesse? C’è, forse, un pizzico di piacere nell’immaginare di avere in comune con Michael Jackson, con Freddie Mercury, con Virginia Woolf, con Frida Kalo, qualcosa che la maggior parte delle persone non ha?
Lo ripeto: non lo dico come accusa. Lo dico perché mi sembra una domanda onesta da fare, in primis a me stessa.
Il problema della categoria che si allarga all’infinito
La comunità delle persone altamente sensibili ha qualcosa di bellissimo: la capacità di darsi un nome, di uscire dall’isolamento, di smettere di vergognarsi della propria intensità emotiva.
E forse proprio per questo mi preoccupa questa tendenza a espandere il confine senza limiti, a fare delle PAS una categoria onnicomprensiva per “tutti gli artisti grandi e tormentati della storia”. Come se la grandezza creativa fosse prova di sensibilità elaborata, e la sensibilità elaborata fosse automaticamente PAS, e PAS fosse automaticamente noi.
A quel punto la categoria non descrive più nulla. Diventa uno specchio in cui ci guardiamo. E Michael Jackson, con tutto il dolore, la complessità, le ombre irrisolte che si porta dietro, merita qualcosa di più di uno specchio.
Cosa rimane
Era un bambino a cui è stata rubata l’infanzia, poi l’adolescenza, poi la salute, poi la pace. Era un uomo che ha cercato per tutta la vita qualcosa che non è riuscito a trovare. Era una persona che ha fatto cose straordinarie e forse, secondo alcune accuse, cose terribili.
Tenerlo in quella complessità senza risolverlo, senza addomesticarlo in una storia che rassicura solo noi che ci ostiniamo a leggerlo così, mi sembra il rispetto più onesto che possiamo portargli.
E forse anche a noi stesse, tutto sommato, no?
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