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Michael Jackson era una PAS? Sensibilità, trauma e categorie usate con cura.

by Laura Merio10 Maggio 2026 Un po' di me, Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Da quando è uscito Michael, il biopic di Antoine Fuqua con Jaafar Jackson uscito a fine aprile, già record mondiale di incassi nel weekend d’apertura, ho notato una cosa.

Persone che escono dalla sala con gli occhi ancora lucidi e scrivono: “Mi sento distrutta dentro. Lui era sicuramente una PAS.”

Lo capisco. Davvero. E però mi fermo sempre un momento. Perché qualcosa mi stona.

Parliamo di lui, prima

Perché Michael Jackson non è un caso neutro su cui esercitarsi.

Era un bambino abusato fisicamente e psicologicamente da suo padre Joe, lui stesso lo raccontò pubblicamente nell’intervista con Oprah del 1993, davanti a milioni di persone. Non parlava di un’infanzia difficile in senso vago: parlava di terrore, di frustate, di un corpo-bambino che a cinque anni era già uno strumento di lavoro altrui.

Non ebbe mai davvero un’infanzia. Non ebbe mai davvero una guarigione, per questa ferita.

Nel 1986 gli fu diagnosticata la vitiligine, che gli cambiò il colore della pelle in modo progressivo e visibilissimo, mentre il mondo lo scrutava e lo derideva, convinto che stesse “cercando di diventare bianco”. Aveva anche il lupus. Aveva subito gravi ustioni sul set di uno spot nel 1984, con conseguenze fisiche che lo seguirono per anni. Aveva, secondo diversi dermatologi e psicologi che ne hanno scritto, un disturbo da dismorfismo corporeo (BDD): un rapporto con il proprio aspetto fisico che non era vanità né eccentricità, ma sofferenza concreta. Le rinoplastiche ripetute fino alla distruzione del tessuto nasale raccontano qualcosa di molto più oscuro di un capriccio da star.

Morì per overdose da propofol, un anestetico che usava per dormire. Un medicinale-droga che prendeva da anni e anni.

Tutto questo per dire: Michael Jackson era una persona che aveva sofferto enormemente, che non era mai riuscita a superare la ferita originaria, e che aveva sviluppato meccanismi di sopravvivenza complessi, costosi, a tratti autodistruttivi. Era anche, innegabilmente, un artista di rara intensità creativa. Chi lo negherebbe?

Ma era una PAS? La domanda riguarda da vicino il modo in cui parliamo di alta sensibilità, Persone Altamente Sensibili e trauma.

Ecco dove mi si inceppa qualcosa. Perché abbiamo bisogno di incasellarlo, di definirlo?

Non dico che non lo fosse, altamente sensibile, né che sia impossibile che lo fosse. Non sto dicendo nulla di tutto questo. Mi faccio solo delle domande.

Non dico neppure che la sensibilità non possa coesistere con il trauma; anzi, ci sta che l’alta sensibilità, nel suo tratto estremo, ci conviva, con il trauma, ci si intrecci e magari ci si confonda pure. Ma mi chiedo: quando usciamo dal cinema “devastate” e diciamo “era sicuramente una PAS”, cosa stiamo davvero cercando di fare?

Stiamo leggendo una persona reale, morta, complessa, controversa – con una storia clinica documentata, con accuse gravissime mai del tutto risolte, con una vita che sfugge a qualsiasi categoria semplice – e la stiamo portando dentro un contenitore che ci è familiare, che ci dà conforto, che ci fa sentire di aver capito qualcosa. Ma capire è diverso da riconoscere. E riconoscere è diverso da appropriarsi.

Una cosa che mi chiedo (e la dico con delicatezza)

C’è una lettura che mi giro in testa da un po’, e la propongo come ipotesi, non come accusa.

Mi chiedo se, in certi casi, dietro la certezza entusiastica “era sicuramente una di noi”, non si nasconda anche qualcosa di più sottile: una certa soddisfazione nell’associarsi a una figura di grandezza assoluta attraverso un tratto identitario che si sente raro e speciale.

Le PAS rappresentano una minoranza. Questo è assodato. Essere una persona altamente sensibile, in una cultura che premia il rumore e la corazza, può portare a pensare di avere qualcosa di prezioso e incompreso. Ed è vero, lo confermo: c’è qualcosa di prezioso, in questa sensibilità.

Ma quando cominciamo a “riconoscere” nelle stelle più luminose della storia un tratto che condividiamo con loro, vale la pena chiedersi: stiamo davvero leggendo loro, o stiamo cercando conferme di noi stesse? C’è, forse, un pizzico di piacere nell’immaginare di avere in comune con Michael Jackson, con Freddie Mercury, con Virginia Woolf, con Frida Kalo, qualcosa che la maggior parte delle persone non ha?

Lo ripeto: non lo dico come accusa. Lo dico perché mi sembra una domanda onesta da fare, in primis a me stessa.

Il problema della categoria che si allarga all’infinito

La comunità delle persone altamente sensibili ha qualcosa di bellissimo: la capacità di darsi un nome, di uscire dall’isolamento, di smettere di vergognarsi della propria intensità emotiva.

E forse proprio per questo mi preoccupa questa tendenza a espandere il confine senza limiti, a fare delle PAS una categoria onnicomprensiva per “tutti gli artisti grandi e tormentati della storia”. Come se la grandezza creativa fosse prova di sensibilità elaborata, e la sensibilità elaborata fosse automaticamente PAS, e PAS fosse automaticamente noi.

A quel punto la categoria non descrive più nulla. Diventa uno specchio in cui ci guardiamo. E Michael Jackson, con tutto il dolore, la complessità, le ombre irrisolte che si porta dietro, merita qualcosa di più di uno specchio.

Cosa rimane

Era un bambino a cui è stata rubata l’infanzia, poi l’adolescenza, poi la salute, poi la pace. Era un uomo che ha cercato per tutta la vita qualcosa che non è riuscito a trovare. Era una persona che ha fatto cose straordinarie e forse, secondo alcune accuse, cose terribili.

Tenerlo in quella complessità senza risolverlo, senza addomesticarlo in una storia che rassicura solo noi che ci ostiniamo a leggerlo così, mi sembra il rispetto più onesto che possiamo portargli.

E forse anche a noi stesse, tutto sommato, no?

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Persone altamente sensibili e confini personali: come imparare a dire di no senza sentirti sbagliata

by Laura Merio3 Maggio 2026 Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Se sei una persona altamente sensibile, probabilmente conosci bene quella sensazione: qualcuno ti chiede qualcosa, la giornata è già piena, dentro di te c’è una parte che vorrebbe fermarsi, eppure vai avanti lo stesso. Accogli, assorbi, tieni tutto insieme. Quasi senza accorgertene.

Il punto non è che manchi di forza o determinazione. È che la tua sensibilità funziona in modo diverso, e questo rende il tema dei confini personali molto più complesso di quanto si racconti di solito.

Cos’ha di particolare l’alta sensibilità quando si tratta di confini

Le persone altamente sensibili elaborano gli stimoli in profondità. Colgono sfumature che altri non vedono, percepiscono la tensione in una stanza prima ancora che qualcuno parli, entrano in risonanza con le emozioni altrui in modo quasi automatico. È una caratteristica preziosa, che porta con sé un’enorme ricchezza relazionale e creativa.

Ma ha anche un rovescio: quando senti tutto così chiaramente, il tuo confine tende a diventare più permeabile, più mobile, a volte quasi inesistente. Non perché tu sia debole, ma perché la tua struttura interna è costruita per la connessione, non per la separazione. E questo fa sì che stabilire dei limiti richieda un lavoro specifico, diverso da quello che funziona per le persone meno sensibili.

Rolf Sellin, nel suo libro Le persone sensibili hanno una marcia in più, descrive bene questo aspetto: la sensibilità è una risorsa che può diventare una direzione solida nella vita personale e professionale, ma ha bisogno di essere riconosciuta e accompagnata con strumenti concreti.

Dire di no non è solo una questione di comunicazione

Spesso si parla di confini come se fossero un problema di tecnica comunicativa: basta usare le parole giuste, essere assertive, applicare qualche formula. Per le persone sensibili, però, il vero lavoro avviene molto prima delle parole. Dire di no tocca il desiderio di mantenere armonia nelle relazioni, la difficoltà di restare in contatto con il proprio bisogno mentre l’altro è presente, e la naturale tendenza a sentire il peso di chi sta davanti a te.

In Le persone sensibili sanno dire di no, Sellin sposta l’attenzione esattamente qui: dire di no è prima di tutto un atto che nasce dal contatto con sé stesse. È una forma di presenza, un modo per restare dentro la relazione senza perdere il proprio centro. E in questo senso, i confini diventano cura del nostro giardino interiore, del nostro territorio interiore. Non muri che ci isolano.

I confini non sono barriere: come cambiano forma per chi sente molto

Per molto tempo il concetto di “mettere dei confini” è stato raccontato come qualcosa di rigido, quasi difensivo. Come se stabilire un limite significasse costruire un muro. Per chi ha un’alta sensibilità, questa immagine crea spesso più resistenza che aiuto.

Esiste però un modo diverso di pensarci: i confini come forma, piuttosto che come barriera. Una forma che si adatta, che respira, che si muove insieme a te. Qualcosa di vivo, non di statico. In questa prospettiva, dare forma ai propri confini diventa un processo continuo.

Dove si manifestano i confini per una persona altamente sensibile

I confini per le persone sensibili non sono tutti uguali e si esprimono in dimensioni diverse della vita quotidiana.

Nel corpo arrivano i segnali più precoci: stanchezza improvvisa, tensione fisica, bisogno di spazio, sovraccarico sensoriale.

Nel tempo si traduce nella gestione del ritmo della giornata.

Nelle emozioni entra in gioco la capacità di distinguere ciò che è tuo da ciò che arriva dall’esterno.

Nell’energia si rispecchia nel modo in cui entri ed esci dagli ambienti.

Se vuoi approfondire il tema del recupero delle energie, ti invito a leggere il mio articolo Pratiche quotidiane per rigenerare energia e ritrovare equilibrio nella tua giornata, in cui affronto già il tema dei confini energetici.

Da dove iniziare, concretamente

Il cambiamento non nasce dalla grande decisione, ma dall’osservazione piccola e continuata. Inizia a notare quando il tuo spazio interno si restringe. Quando senti che stai andando un po’ oltre.

Resta lì, qualche istante in più. Con il tempo, quell’ascolto diventa più chiaro e da lì iniziano ad emergere parole nuove, scelte diverse, piccoli movimenti più allineati.

Questo articolo è il primo di una serie sui confini per le persone altamente sensibili

Nei prossimi articoli approfondiremo ciascuna delle dimensioni che hai appena incontrato: i segnali del corpo, il tempo e il ritmo personale, la risonanza emotiva nelle relazioni.

Perché dare forma ai propri confini è uno dei lavori più importanti per chi vive l’alta sensibilità, e merita tutta l’attenzione e la concretezza che riesce ad avere.

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EFT per Persone Altamente Sensibili: come il tapping aiuta emozioni e sistema nervoso

by Laura Merio5 Aprile 2026 Conoscere l'alta sensibilità, Self-compassion, Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Quando senti troppo, anche il sistema nervoso chiede una forma di regolazione

Ci sono momenti in cui il riposo sembra arrivare in superficie, mentre dentro resta ancora tutto acceso.

La mente continua a elaborare, il corpo resta in allerta, le emozioni si muovono con intensità.
E per una Persona Altamente Sensibile questo può diventare molto familiare.

È proprio qui che EFT, conosciuto anche come tapping, può diventare uno strumento molto utile.

L’Emotional Freedom Techniques (EFT) è una pratica di autoregolazione che unisce attenzione, parola e stimolazione di punti specifici del corpo. Sempre più persone la utilizzano per ridurre stress, sovraccarico emotivo e attivazione interna, e per ritrovare una sensazione più stabile di presenza e centratura.

Per chi vive l’alta sensibilità, EFT può diventare un modo molto concreto per:

  • abbassare il livello di attivazione interna
  • attraversare un’emozione intensa con più presenza
  • dare al corpo un segnale di sicurezza
  • interrompere il loop di sovraccarico, autocritica o allerta

In questo articolo ti accompagno a capire che cos’è davvero EFT, come funziona, cosa dice la ricerca scientifica e perché può essere particolarmente utile per le persone altamente sensibili (PAS).


Che cos’è EFT, in parole semplici

L’EFT (Emotional Freedom Techniques) è una tecnica di autoregolazione che combina tre elementi:

  1. attenzione consapevole su ciò che stai vivendo
  2. verbalizzazione di ciò che senti, pensi o percepisci nel corpo
  3. tapping, cioè una leggera stimolazione con le dita di alcuni punti del viso e del corpo

In pratica, mentre porti attenzione a un’emozione, a un pensiero o a una situazione che ti attiva, tocchi una sequenza di punti specifici. Questo aiuta il sistema a restare in contatto con ciò che c’è, con un livello di intensità più modulabile.

Molte persone descrivono EFT come una pratica che aiuta a scaricare tensione, riorientare il corpo e ritrovare una forma di centratura.

Dal punto di vista dell’esperienza soggettiva, è come dire al sistema nervoso:

“Sono qui. Sento questo. E posso restare con me mentre lo attraverso.”


Come funziona EFT sul piano emotivo e corporeo

Quando qualcosa ci attiva, il corpo entra rapidamente in una modalità di protezione.

Per una PAS questo può accadere con ancora più facilità, perché l’elaborazione degli stimoli è più profonda e più ricca di dettagli. Un tono di voce, un conflitto, una richiesta inattesa, un ambiente saturo, una giornata piena di micro-frizioni possono bastare per lasciare il sistema “acceso” per ore.

EFT lavora in un punto molto interessante: porta il corpo dentro l’esperienza emotiva senza lasciarlo solo lì dentro.

Questa è una differenza importante.

Quando un’emozione intensa viene solo pensata, la mente spesso gira in tondo. Quando viene solo sentita, può diventare travolgente. Quando invece viene nominata, localizzata e accompagnata fisicamente, il sistema ha più possibilità di integrarla.

Per questo EFT viene spesso usato in contesti di:

  • stress e sovraccarico
  • ansia e agitazione interna
  • memoria emotiva intensa
  • autocritica
  • paura di sbagliare
  • disregolazione dopo conflitti o giornate troppo dense

Cosa dice la ricerca scientifica su EFT

Negli ultimi anni la ricerca su EFT è cresciuta. Oggi esistono trial randomizzati, revisioni sistematiche e meta-analisiche hanno osservato risultati interessanti soprattutto su stress, ansia, sintomi traumatici e regolazione emotiva.

EFT e riduzione dello stress

Uno studio randomizzato pubblicato sul Journal of Nervous and Mental Disease ha osservato una riduzione significativa del cortisolo dopo una sessione di EFT. Questo rende particolarmente interessante il tapping per tutte quelle condizioni in cui il corpo resta a lungo in uno stato di attivazione interna (Church, Yount & Brooks, 2012).

EFT e ansia

Una revisione sistematica recente ha rilevato risultati promettenti di EFT nella riduzione dei sintomi ansiosi, soprattutto quando la tecnica viene applicata in modo strutturato e guidato (Choi, Sung & Lee, 2025).

EFT e trauma / memoria emotiva

Una systematic review con meta-analysis pubblicata nel 2023 ha evidenziato effetti rilevanti del Clinical EFT nella riduzione dei sintomi post-traumatici. Questo dato è importante perché molte persone, pur senza una storia traumatica “eclatante”, portano nel corpo tracce di allerta, ipervigilanza, congelamento o intensa reattività (Stapleton et al., 2023).

Un punto importante di onestà scientifica

La letteratura su EFT è in crescita e mostra risultati incoraggianti in diversi ambiti, tra cui stress, ansia e sintomi traumatici. Allo stesso tempo, come accade per molte pratiche corpo-mente, restano utili ulteriori studi di alta qualità per consolidare il quadro clinico e metodologico (Church et al., 2022; Choi et al., 2025).

Precisazione doverosa, perché EFT può essere uno strumento molto utile, soprattutto in ottica di regolazione e auto-osservazione, e allo stesso tempo va collocato dentro un uso serio, contestualizzato e ben guidato.


Perché EFT può essere particolarmente utile per le Persone Altamente Sensibili

Qui arriviamo al cuore della questione.

Le Persone Altamente Sensibili (PAS) vivono spesso un doppio movimento interno:

da un lato percepiscono moltissimo, dall’altro hanno bisogno di strumenti che aiutino a modulare quella percezione senza schiacciarla.

È proprio in questo spazio che EFT può diventare molto prezioso.

1. Aiuta a dare una via di uscita all’accumulo emotivo

Molte PAS non “esplodono”. Molte assorbono, trattengono, elaborano a lungo.

Questo accumulo può tradursi in:

  • stanchezza mentale
  • nodo in gola
  • pressione interna
  • pianto trattenuto
  • iperattivazione silenziosa
  • fatica a “staccare”

Il tapping offre una forma semplice e concreta di scarico regolato. Non spinge a raccontare tutto, non richiede grandi analisi, e aiuta il corpo a sentirsi accompagnato mentre qualcosa si scioglie.

2. Rallenta il loop mentale

Una delle esperienze più comuni nelle PAS è la mente che continua a lavorare:

“Ho detto troppo?” “Avrò ferito qualcuno?” “Perché mi sento ancora così attivata?”

EFT aiuta a spostare il focus dal solo pensiero all’esperienza completa: corpo, emozione, parola, respiro, presenza.

Questo spesso riduce il rimuginio e restituisce più orientamento.

3. Offre regolazione senza chiedere performance

Molte persone sensibili si avvicinano a pratiche di benessere e poi si sentono inadeguate anche lì.

“Lo sto facendo bene?” “Dovrei calmarmi più in fretta?” “Perché sento ancora tutto così tanto?”

EFT, se proposto bene, è una pratica molto umana. Non richiede perfezione. Richiede presenza.

E per una PAS questo cambia molto.

4. Crea un ponte tra self-compassion e sistema nervoso

Questo, per me, è un punto centrale.

La self-compassion per una persona altamente sensibile non è solo un atteggiamento mentale gentile. È anche una esperienza fisiologica di sicurezza.

Quando il corpo sente abbastanza sicurezza, l’emozione trova più spazio per essere attraversata. Quando il corpo resta in allerta, anche le parole più giuste rischiano di arrivare tardi.

EFT può diventare proprio questo ponte: un modo per accompagnare il sistema verso più sicurezza, e da lì rendere possibile una relazione più gentile con sé.

Se vuoi approfondire questo aspetto, può esserti utile leggere anche:

  • Self-compassion e alta sensibilità: perché le PAS ne hanno così tanto bisogno
  • Recuperare energie per chi sente molto: il vero recupero per le persone altamente sensibili
  • Come capire se sei una persona altamente sensibile (PAS)

EFT regola davvero il sistema nervoso?

La parola “regolazione” viene usata spesso, a volte con leggerezza. Qui vale la pena darle spessore.

Quando parliamo di regolazione del sistema nervoso, parliamo della capacità di:

  • percepire ciò che succede senza esserne travolti
  • attraversare l’attivazione con più finestra di tolleranza
  • tornare a uno stato di maggiore sicurezza e orientamento
  • sentire il corpo come alleato e non solo come contenitore di tensione

EFT può sostenere questo processo perché unisce contatto, ritmo, attenzione e linguaggio.

In altre parole: mentre senti qualcosa che ti attiva, fai contemporaneamente un gesto ripetitivo e contenitivo. Questo spesso aiuta il sistema a restare più vicino al presente.

Per molte PAS è un vantaggio enorme. Perché uno dei grandi bisogni delle persone sensibili è proprio questo:

sentire senza venire sommerse.


Quando EFT può essere utile nella vita quotidiana di una PAS

Uno dei punti più belli del tapping è che può diventare una pratica concreta nella vita reale. Non solo “nei momenti grandi”, ma anche in quei passaggi piccoli e intensi che consumano energia ogni giorno.

Per esempio, EFT può essere utile:

  • prima di una conversazione delicata
  • dopo un conflitto o una tensione relazionale
  • quando senti il corpo in allerta e la mente in corsa
  • quando l’autocritica prende il volante
  • quando hai assorbito troppo dall’ambiente
  • nei passaggi di stanchezza emotiva che sembrano arrivare “dal nulla”
  • quando ti senti satura e hai bisogno di rientrare in te

Per una PAS, questi momenti sono spesso molto più frequenti di quanto si immagini. Avere uno strumento semplice, corporeo e ripetibile può fare una differenza concreta.


EFT si può fare da sole?

Sì, in molti casi EFT può diventare una pratica di auto-aiuto molto utile.

Allo stesso tempo, c’è una differenza importante tra:

  • usare EFT come strumento quotidiano di autoregolazione
  • utilizzare EFT su contenuti emotivi più profondi, intensi o antichi

Nel primo caso, imparare una sequenza semplice può essere già molto efficace. Nel secondo, la presenza di una guida formata può fare la differenza in termini di sicurezza, profondità e integrazione.

Per questo motivo io trovo molto prezioso proporre EFT dentro uno spazio in cui ci siano anche:

  • orientamento
  • gradualità
  • ascolto del ritmo personale
  • attenzione alla finestra di tolleranza
  • rispetto del funzionamento sensibile

Ed è proprio qui che, per le PAS, cambia tutto, perché il punto non è “fare una tecnica”, bensì farla in un modo che il tuo sistema possa davvero ricevere.


EFT e alta sensibilità: uno strumento concreto, gentile e profondamente regolativo

Quando vivi l’alta sensibilità sulla pelle, cerchi strumenti che ti aiutino a stare meglio senza doverti irrigidire, trattenere o adattare continuamente.

Cerchi qualcosa che ti aiuti a:

  • respirare più pienamente
  • sentirti meno invasa
  • uscire dal troppo
  • restare con te mentre senti

In questo senso, EFT può diventare una pratica molto preziosa, concreta, corporea, accessibile e profondamente orientata alla regolazione emotiva e del sistema nervoso.

Per molte persone altamente sensibili questo tipo di pratica apre uno spazio nuovo.

Perché quando il sistema trova una forma più abitabile di attraversare ciò che sente, anche la sensibilità cambia qualità. Diventa più integrata, più modulata: di fatto più vivibile.


Quando la sensibilità trova strumenti giusti, tutto cambia qualità

Per una Persona Altamente Sensibile, stare meglio significa avere più spazio, più regolazione, più possibilità di restare con sé mentre attraversa ciò che sente.

Ed è proprio da qui che spesso comincia un cambiamento profondo: dal momento in cui smetti di chiederti come diventare più “forte” e inizi a capire come prenderti cura del tuo funzionamento sensibile in modo più adatto a te.

Se senti che questo tema ti riguarda da vicino e desideri approfondirlo con accompagnamento, puoi partire da qui: Persone altamente sensibili

Oppure puoi esplorare il mio modo di lavorare qui: Lavora con me


Articoli scientifici / review

  1. Church, D., Yount, G., & Brooks, A. J. (2012). The Effect of Emotional Freedom Techniques on Stress Biochemistry: A Randomized Controlled Trial. Journal of Nervous and Mental Disease.
  2. Stapleton, P., et al. (2023). Emotional freedom techniques for treating post traumatic stress disorder: An updated systematic review and meta-analysis. Frontiers in Psychology.
  3. Choi, S. H., et al. (2025). Emotional Freedom Techniques for Anxiety Disorders.
  4. Church, D., et al. (2022). Clinical EFT as an evidence-based practice for the treatment of psychological and physiological conditions: A systematic review. Frontiers in Psychology.
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Persona altamente sensibile (PAS): come riconoscerti davvero

by Laura Merio22 Marzo 2026 Conoscere l'alta sensibilità, Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Persona altamente sensibile (PAS): come riconoscerti davvero

come capire se sei una persona altamente sensibile pas

Capire di essere una persona altamente sensibile cambia il modo in cui leggi te stessa.
Alcune cose iniziano a trovare un senso diverso: la stanchezza dopo certe giornate, la profondità con cui vivi le relazioni, il bisogno di spazio.

Quello che prima sembrava confuso prende una forma più leggibile.

Riconoscersi non è un punto di arrivo. È un passaggio che porta chiarezza, e allo stesso tempo apre nuovi livelli di ascolto. Da qui puoi iniziare a orientarti, con più precisione e più rispetto per il tuo modo di sentire.

Infatti, comprendere se questo tratto ti riguarda non serve a definirti in una categoria, ma a portare chiarezza su come funziona il tuo sistema nervoso, su come elabori gli stimoli e su ciò di cui hai bisogno per stare in equilibrio.

In questo articolo ti accompagno a riconoscere i segnali più comuni e a orientarti con più precisione.


Che cosa significa essere una persona altamente sensibile

Il termine “persona altamente sensibile” (PAS) nasce dagli studi della psicologa Elaine Aron e descrive un tratto chiamato sensory processing sensitivity.

Si tratta di una modalità di funzionamento del sistema nervoso caratterizzata da:

  • profondità di elaborazione degli stimoli
  • alta reattività emotiva
  • attenzione ai dettagli
  • maggiore sensibilità agli stimoli sensoriali e sociali

Questo tratto riguarda circa il 15–20% della popolazione, in egual misura distribuita fra donne e uomini.

Non è una condizione da correggere, è una modalità di percezione e integrazione del mondo che trova equilibrio quando viene compresa e modulata.


Alta sensibilità e valutazione: una distinzione importante

L’alta sensibilità non rientra tra le patologie.

Non esiste una diagnosi clinica, né un’etichetta da ricevere da un professionista sanitario.

Esiste invece una valutazione.

Una valutazione che prende forma attraverso l’osservazione del tuo modo di sentire, di reagire, di elaborare gli stimoli.

I test possono offrire un primo orientamento, mentre il riconoscimento più profondo nasce dall’esperienza diretta e da uno spazio di ascolto guidato. I risultati dello stesso test fatto in autonomia o erogato da una persona specializzata, sono anche profondamente diversi.

Questa distinzione apre un movimento diverso: non si tratta di essere “classificata”, ma di comprendere il tuo funzionamento e trovare il modo più adatto per prendertene cura.


I segnali più comuni dell’alta sensibilità

Riconoscersi nella descrizione generale può essere utile, ma spesso è attraverso l’esperienza quotidiana che qualcosa prende forma.

Ecco alcuni segnali frequenti.

1. Elabori profondamente ciò che vivi

Le esperienze restano dentro a lungo.
Ripensi, colleghi, senti sfumature che per altri passano inosservate.

Questo porta grande capacità di comprensione, insieme al bisogno di tempo per integrare.


2. Le emozioni sono intense e presenti

Le emozioni arrivano con chiarezza e forza: tue e degli altri.

Empatia, commozione, coinvolgimento profondo.
Allo stesso tempo può emergere una sensazione di pieno quando gli stimoli emotivi sono molti.


3. Ti accorgi dei dettagli

Cambiamenti sottili nel tono di voce, nell’energia di una stanza, nella luce.

Il tuo sguardo coglie ciò che è fine, delicato, spesso invisibile agli altri.


4. Gli ambienti affollati o caotici ti affaticano

Rumori, persone, richieste multiple attivano rapidamente il tuo sistema.

Dopo alcune situazioni senti il bisogno di uno spazio più quieto per ritrovarti.

(Qui puoi leggere uno dei miei articoli sulla rigenerazione dell’energia.)


5. Hai un forte senso di responsabilità e profondità

Prendi le cose sul serio.
Ti coinvolgi, senti il peso delle decisioni, desideri fare bene.

Questo può accompagnarsi a un dialogo interno molto attivo. Attivo e spesso anche duro e severo, con una voce autocritica molto penalizzante.


6. Hai bisogno di momenti di ritiro e integrazione

Dopo esperienze intense senti il bisogno di rallentare. E anche solo una cena fra amici può essere un’esperienza intensa.

Spazi di silenzio, solitudine scelta, contatto con il corpo diventano fondamentali per tornare a una centratura.


Alta sensibilità: riconoscersi senza etichettarsi

Molte persone arrivano a questa domanda con il desiderio di “capire cosa sono”.

In realtà, più che una definizione, l’alta sensibilità offre una chiave di lettura.

Riconoscerti in questi tratti può aiutarti a:

  • dare senso a ciò che vivi da tempo
  • comprendere meglio la tua stanchezza o il tuo bisogno di pausa
  • leggere con più chiarezza le tue relazioni
  • iniziare a modulare, invece di forzarti a funzionare come altri

Non si tratta di trovare una risposta definitiva, ma di aprire uno spazio di consapevolezza.


Il ruolo dei test: uno strumento, non una diagnosi

Esistono diversi test online che aiutano a orientarsi.

Possono essere utili per iniziare, perché mettono parole su alcune esperienze.

Allo stesso tempo, il riconoscimento più profondo passa da un lavoro più ampio: osservazione, ascolto, integrazione.

Se desideri esplorare questo aspetto in modo più guidato, puoi farlo anche insieme a me.
Nella pagina Lavora con me trovi le modalità con cui accompagno le persone altamente sensibili a comprendersi e a trovare una forma più sostenibile nel quotidiano.


Quando inizi a riconoscerti

C’è un momento in cui qualcosa si allinea.

Alcuni pezzi della tua storia iniziano a trovare una coerenza:
la fatica dopo certe giornate, la profondità con cui vivi le relazioni, il bisogno di spazio, la ricchezza del tuo sentire.

Da qui può iniziare un percorso diverso.

Un percorso che non cerca di cambiare la tua sensibilità,
ma di darti strumenti per abitarla con più equilibrio e presenza.


Un passo in più

Se leggendo ti sei riconosciuta in queste parole, puoi continuare a esplorare.

Puoi partire da qui:

  • approfondire il tema dell’energia e della stanchezza (rimando ai tuoi articoli)
  • osservare come vivi le relazioni
  • portare attenzione al corpo e ai segnali che ti manda

Oppure puoi scegliere di farlo insieme, con uno spazio dedicato.

Senza fretta.
Con la possibilità di dare forma, poco alla volta, a ciò che senti.

Se vuoi approfondire l’argomento dal punto di vista scientifico, ti consiglio il libro fondamentale di Elaine Aron, Persone altamente sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge, Mondadori

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Pratiche quotidiane per rigenerare energia e ritrovare equilibrio nella tua giornata

by Laura Merio8 Marzo 2026 Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Se cerchi come rigenerare energia nella vita quotidiana, come uscire dalla stanchezza cronica o come recuperare vitalità quando senti di aver dato tutto, questo articolo nasce per te.

Quando l’energia si abbassa in modo costante, soprattutto per chi vive l’alta sensibilità, non si tratta solo di dormire di più. Si tratta di comprendere come funziona il tuo sistema nervoso e di integrare pratiche semplici, sostenibili e ripetibili.

La rigenerazione energetica, per chi sente molto, è un processo di modulazione e integrazione.

Come counselor professionista specializzata nel supporto alle Persone Altamente Sensibili (PAS) e self-compassion coach, accompagno donne che desiderano ritrovare equilibrio senza forzarsi a diventare diverse.

In questo articolo trovi indicazioni concrete per recuperare energia nella tua giornata. Non pretende di essere un articolo esaustivo, ma un assaggio di quelle che possono essere pratiche e attitudini mentali che aiutano a regolare e modulare le proprie energie.


La rigenerazione energetica è una questione di ritmo

Molte donne abituate a tenere insieme lavoro, famiglia, responsabilità e progetti pensano che la loro energia come una riserva inesauribile.

In realtà, soprattutto per chi ha un sistema nervoso più ricettivo, l’elaborazione degli stimoli è profonda. Tanto più profonda. Questo significa più empatia, intuizione, capacità di leggere le sfumature. E significa anche maggiore consumo energetico.

In questi casi, rigenerare energia non è fare di più. E molto spesso non è neppure questione di fare di meno, riposando. È piuttosto, modulare il ritmo.


Il corpo come primo spazio di ascolto

La prima cosa che ti propongo, non è una tecnica né una pratica, è un cambio di sguardo.

Il corpo è il luogo in cui l’energia prende forma, non uno strumento da spingere oltre. 

Osservare i segnali precoci di affaticamento (ad esempio: tensione alle spalle, respirazione corta, difficoltà di concentrazione) permette di intervenire prima che arrivi lo sfinimento.

Un atteggiamento gentile verso di sé favorisce regolazione emotiva e stabilità. Il modo in cui ti tratti incide direttamente sulla qualità del tuo recupero. Non serve a nulla prenderti a schiaffoni emotivi, o trattarti male. A nulla, te lo ripeto e te lo ripeterò all’infinito!


Micro-rituali quotidiani che sostengono l’energia

La rigenerazione efficace nasce da pratiche semplici, integrate nella vita reale.

Una pausa di tre minuti tra una call e l’altra, con i piedi ben appoggiati a terra.
Una camminata lenta, lasciando che lo sguardo si allarghi.
Una respirazione con espirazione più lunga dell’inspirazione.

Il sistema nervoso si regola attraverso segnali di sicurezza. Ogni gesto che aumenta la percezione di stabilità favorisce uno stato di calma vigile, in cui l’energia circola con continuità.

Al nostro sistema nervoso servono sicurezza e regolarità. Non serve un tempo lungo, piuttosto pratiche semplici, divertenti e facilmente usabili in qualsiasi luogo ci si trovi.


Confini energetici: la pratica invisibile

Molte donne cercano tecniche di rilassamento mentre restano in costante esposizione.

La rigenerazione passa anche dai confini.
Orari chiari.
Spazi senza notifiche.
Conversazioni con una durata definita.

L’energia si protegge prima di essere recuperata. Senza questa dimensione, ogni pratica resta fragile.

Puoi approfondire questo tema anche nell’articolo: Confini e alta sensibilità: perché sono fondamentali per la tua energia.


Alimentazione e stabilità energetica

L’energia è anche biochimica.

Per tutte noi, l’alimentazione incide sulla qualità della giornata. Ancor di più nel caso delle persone altamente sensibili. Pasti semplici, regolari, facilmente digeribili sostengono stabilità. Stimoli eccessivi amplificano le oscillazioni.

Anche il mangiare con presenza diventa una forma concreta di autoregolazione, portati a pranzo, sii lì con te, mentre mangi. Anche quando hai fretta e mangi davanti al computer, ricordati di avere un gesto di presenza in quello che stai per introdurre nel tuo corpo.


La self-compassion come fondamento della rigenerazione

C’è una pratica che sostiene tutte le altre. Che in realtà è uno stile di vita, un’attitudine mentale, una risorsa imprescindibile soprattutto per chi è alla ricerca del proprio benessere emotivo.

La self-compassion.

Riconoscere la propria stanchezza con rispetto cambia la qualità dell’energia. Non perché la fatica scompare, ma perché si interrompe la frizione interna.

La sensibilità prende forma qui: nell’integrazione.
Non si tratta di diventare diverse. Si tratta di modulare l’intensità, restando fedeli a sé.

Se vuoi approfondire l’importanza della self-compassion per le PAS, ti invito a leggere il mio articolo Self-compassion e alta sensibilità.


Rigenerare energia è una postura quotidiana

La rigenerazione, per chi sente molto, come dicevo, è un processo continuo. È fatto di ritmo, confini, presenza, nutrimento, gentilezza.

Non è un intervento straordinario. È una scelta ripetuta. Tante gocce di supporto a noi stesse e di presenza, valgono molto di più di lunghe pratiche formali una volta ogni tanto. Il nostro sistema nervo ha bisogno di abbassare la soglia di allerta e di tornare in sicurezza per potersi rigenerare e ricaricare.

Se desideri integrare queste pratiche in modo più strutturato, puoi esplorare la sezione Lavora con me oppure scrivermi per una call conoscitiva. In quello spazio possiamo guardare insieme la qualità della tua energia e trovare modalità concrete per sostenerla.

La rigenerazione è la base che rende possibile tutto il resto. Non è un lusso.

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Laura Merio è counselor professionista specializzata nell’accompagnamento delle Persone Altamente Sensibili e self-compassion coach. Nel suo lavoro integra pratiche di regolazione emotiva, ascolto del corpo e strumenti di consapevolezza per sostenere energia ed equilibrio nelle persone che sentono molto.

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