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Michael Jackson era una PAS? Sensibilità, trauma e categorie usate con cura.

by Laura Merio10 Maggio 2026 Un po' di me, Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Da quando è uscito Michael, il biopic di Antoine Fuqua con Jaafar Jackson uscito a fine aprile, già record mondiale di incassi nel weekend d’apertura, ho notato una cosa.

Persone che escono dalla sala con gli occhi ancora lucidi e scrivono: “Mi sento distrutta dentro. Lui era sicuramente una PAS.”

Lo capisco. Davvero. E però mi fermo sempre un momento. Perché qualcosa mi stona.

Parliamo di lui, prima

Perché Michael Jackson non è un caso neutro su cui esercitarsi.

Era un bambino abusato fisicamente e psicologicamente da suo padre Joe, lui stesso lo raccontò pubblicamente nell’intervista con Oprah del 1993, davanti a milioni di persone. Non parlava di un’infanzia difficile in senso vago: parlava di terrore, di frustate, di un corpo-bambino che a cinque anni era già uno strumento di lavoro altrui.

Non ebbe mai davvero un’infanzia. Non ebbe mai davvero una guarigione, per questa ferita.

Nel 1986 gli fu diagnosticata la vitiligine, che gli cambiò il colore della pelle in modo progressivo e visibilissimo, mentre il mondo lo scrutava e lo derideva, convinto che stesse “cercando di diventare bianco”. Aveva anche il lupus. Aveva subito gravi ustioni sul set di uno spot nel 1984, con conseguenze fisiche che lo seguirono per anni. Aveva, secondo diversi dermatologi e psicologi che ne hanno scritto, un disturbo da dismorfismo corporeo (BDD): un rapporto con il proprio aspetto fisico che non era vanità né eccentricità, ma sofferenza concreta. Le rinoplastiche ripetute fino alla distruzione del tessuto nasale raccontano qualcosa di molto più oscuro di un capriccio da star.

Morì per overdose da propofol, un anestetico che usava per dormire. Un medicinale-droga che prendeva da anni e anni.

Tutto questo per dire: Michael Jackson era una persona che aveva sofferto enormemente, che non era mai riuscita a superare la ferita originaria, e che aveva sviluppato meccanismi di sopravvivenza complessi, costosi, a tratti autodistruttivi. Era anche, innegabilmente, un artista di rara intensità creativa. Chi lo negherebbe?

Ma era una PAS? La domanda riguarda da vicino il modo in cui parliamo di alta sensibilità, Persone Altamente Sensibili e trauma.

Ecco dove mi si inceppa qualcosa. Perché abbiamo bisogno di incasellarlo, di definirlo?

Non dico che non lo fosse, altamente sensibile, né che sia impossibile che lo fosse. Non sto dicendo nulla di tutto questo. Mi faccio solo delle domande.

Non dico neppure che la sensibilità non possa coesistere con il trauma; anzi, ci sta che l’alta sensibilità, nel suo tratto estremo, ci conviva, con il trauma, ci si intrecci e magari ci si confonda pure. Ma mi chiedo: quando usciamo dal cinema “devastate” e diciamo “era sicuramente una PAS”, cosa stiamo davvero cercando di fare?

Stiamo leggendo una persona reale, morta, complessa, controversa – con una storia clinica documentata, con accuse gravissime mai del tutto risolte, con una vita che sfugge a qualsiasi categoria semplice – e la stiamo portando dentro un contenitore che ci è familiare, che ci dà conforto, che ci fa sentire di aver capito qualcosa. Ma capire è diverso da riconoscere. E riconoscere è diverso da appropriarsi.

Una cosa che mi chiedo (e la dico con delicatezza)

C’è una lettura che mi giro in testa da un po’, e la propongo come ipotesi, non come accusa.

Mi chiedo se, in certi casi, dietro la certezza entusiastica “era sicuramente una di noi”, non si nasconda anche qualcosa di più sottile: una certa soddisfazione nell’associarsi a una figura di grandezza assoluta attraverso un tratto identitario che si sente raro e speciale.

Le PAS rappresentano una minoranza. Questo è assodato. Essere una persona altamente sensibile, in una cultura che premia il rumore e la corazza, può portare a pensare di avere qualcosa di prezioso e incompreso. Ed è vero, lo confermo: c’è qualcosa di prezioso, in questa sensibilità.

Ma quando cominciamo a “riconoscere” nelle stelle più luminose della storia un tratto che condividiamo con loro, vale la pena chiedersi: stiamo davvero leggendo loro, o stiamo cercando conferme di noi stesse? C’è, forse, un pizzico di piacere nell’immaginare di avere in comune con Michael Jackson, con Freddie Mercury, con Virginia Woolf, con Frida Kalo, qualcosa che la maggior parte delle persone non ha?

Lo ripeto: non lo dico come accusa. Lo dico perché mi sembra una domanda onesta da fare, in primis a me stessa.

Il problema della categoria che si allarga all’infinito

La comunità delle persone altamente sensibili ha qualcosa di bellissimo: la capacità di darsi un nome, di uscire dall’isolamento, di smettere di vergognarsi della propria intensità emotiva.

E forse proprio per questo mi preoccupa questa tendenza a espandere il confine senza limiti, a fare delle PAS una categoria onnicomprensiva per “tutti gli artisti grandi e tormentati della storia”. Come se la grandezza creativa fosse prova di sensibilità elaborata, e la sensibilità elaborata fosse automaticamente PAS, e PAS fosse automaticamente noi.

A quel punto la categoria non descrive più nulla. Diventa uno specchio in cui ci guardiamo. E Michael Jackson, con tutto il dolore, la complessità, le ombre irrisolte che si porta dietro, merita qualcosa di più di uno specchio.

Cosa rimane

Era un bambino a cui è stata rubata l’infanzia, poi l’adolescenza, poi la salute, poi la pace. Era un uomo che ha cercato per tutta la vita qualcosa che non è riuscito a trovare. Era una persona che ha fatto cose straordinarie e forse, secondo alcune accuse, cose terribili.

Tenerlo in quella complessità senza risolverlo, senza addomesticarlo in una storia che rassicura solo noi che ci ostiniamo a leggerlo così, mi sembra il rispetto più onesto che possiamo portargli.

E forse anche a noi stesse, tutto sommato, no?

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Recuperare energie per chi sente molto: il vero recupero per le persone altamente sensibili

by Laura Merio22 Febbraio 2026 Vivere meglio l'alta sensibilità0 comments

Recuperare energie quando si è una persona altamente sensibile significa ritrovare ritmo, regolazione emotiva e presenza. Scopri come sostenere il tuo sistema sensibile con piccoli gesti quotidiani.

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Perché per le Persone Altamente Sensibili il lavoro deve avere un senso più alto

by Daniele Chiuri24 Settembre 2025 Lavoro e PAS0 comments


Introduzione
Molte professioniste altamente sensibili raccontano di vivere il lavoro come una fatica costante. Non è mancanza di competenza o di impegno, ma il senso di non riuscire a trovare un vero allineamento tra ciò che fanno ogni giorno e i loro valori più profondi.

Anche io ci sono passata, anni fa, quando lavoravo nelle relazioni pubbliche a Milano.
La mia esperienza: la fatica di lavorare “fuori allineamento”


Allora non sapevo ancora di essere una PAS (Persona Altamente Sensibile).
Eppure lo sentivo chiaramente: comunicare un ferro da stiro, per me, era privo di significato.

La differenza era evidente quando potevo seguire campagne educative o organizzare panel di discussione per la creazione di documenti condivisi. In quei momenti percepivo che il mio lavoro aveva un impatto reale, che non si trattava solo di “fare comunicazione”, ma di contribuire a qualcosa di più grande.

Quella sensazione di utilità non era un dettaglio, ma una necessità.
Una caratteristica tipica delle Persone Altamente Sensibili
Questa pulsione verso un lavoro che abbia uno scopo alto e un significato autentico non riguarda solo me: è una caratteristica tipica del tratto di alta sensibilità.

Le PAS tendono a vivere con maggiore intensità ciò che percepiscono come “vuoto” o privo di utilità. Al contrario, si attivano e fioriscono quando si trovano in contesti in cui il loro contributo è coerente con i valori personali e porta beneficio a un gruppo, una comunità o una causa più grande.

Non si tratta di idealismo ingenuo: è un bisogno profondo, che influisce direttamente sulla qualità della vita professionale e personale.
Il rischio di sentirsi “sbagliate”
Quando non conoscevo ancora il mio tratto, mi sentivo spesso inadeguata.
Guardavo le mie colleghe, più veloci, più performanti, apparentemente più entusiaste, e mi domandavo cosa non andasse in me.

Se allora avessi saputo di essere una PAS, e se avessi avuto qualcuno a guidarmi verso una maggiore consapevolezza, avrei risparmiato molta fatica. Probabilmente avrei scelto contesti più adatti a me, senza passare attraverso quella sensazione costante di essere fuori posto.
Come trasformare il tratto in una bussola
Riconoscere l’alta sensibilità è il primo passo per smettere di vivere il lavoro come un peso e iniziare a trasformarlo in uno spazio di realizzazione autentica.

Oggi accompagno altre PAS in questo percorso:

  • a riconoscere il loro tratto senza sentirsi “troppo” o “sbagliate”;
  • a comprendere i contesti che le fanno fiorire;
  • a orientarsi verso scelte professionali coerenti con i propri valori profondi.

Conclusione
Per una Persona Altamente Sensibile il lavoro non è solo una questione di competenze o di performance. È, prima di tutto, un tema di senso.
Quando questo manca, la fatica diventa enorme. Ma quando c’è, tutto cambia: energia, motivazione e capacità di contribuire fioriscono.

Se anche tu ti riconosci in queste parole, sappi che non sei sola.
Nella mia community PAS-Compassion condivido ogni settimana spunti e pratiche per integrare il tratto di alta sensibilità nella vita professionale e personale, trasformandolo in una vera risorsa.

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Self-compassion e alta sensibilità: perché le PAS ne hanno così tanto bisogno

by Daniele Chiuri27 Agosto 2025 Self-compassion0 comments

Introduzione

Le persone altamente sensibili (PAS) vivono il mondo in modo unico: percepiscono emozioni e stimoli esterni in modo più intenso, spesso accompagnato da una voce interiore molto critica. Questo tratto, se non gestito con cura, può portare a sentimenti di sopraffazione, inadeguatezza e stanchezza emotiva. È qui che entra in gioco la self-compassion: un potente strumento per accettare sé stessi, ridurre l’autocritica e migliorare il benessere.

Se hai appena scoperto di essere una PAS o lo sospetti, capire come la self-compassion può supportarti potrebbe fare la differenza nel tuo percorso di crescita personale. Vediamo insieme perché è importante e come applicarla nella vita quotidiana.

Cos’è la self-compassion e perché è cruciale per le PAS?

La self-compassion, o compassione per sé stessi, è un concetto sviluppato dalla psicologa Kristin Neff e si basa su tre pilastri fondamentali: 

1. Gentilezza verso sé stessi: Trattarsi con la stessa gentilezza e comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. 

2. Umanità comune: Riconoscere che tutti, in quanto esseri umani, affrontiamo momenti difficili e commettiamo errori. 

3. Mindfulness: Essere presenti nel momento senza giudicarsi, osservando pensieri ed emozioni senza esserne sopraffatti. 

Per le PAS, queste pratiche sono particolarmente utili. L’alta sensibilità rende le persone più inclini a emozioni intense, autocritica e un senso di isolamento quando si sentono “diverse”. La self-compassion offre un antidoto a questi stati, aiutando a: 

– Accogliere le proprie emozioni senza giudicarle come “esagerate”. 

– Ridurre l’autocritica, spesso molto forte nelle PAS. 

– Coltivare resilienza emotiva, essenziale per affrontare un mondo stimolante.

I punti di connessione tra PAS e Self-Compassion

1. L’Autocritica come ostacolo maggiore

Molte PAS si giudicano troppo dure o eccessive nelle loro reazioni. Questo può creare un circolo vizioso di sensi di colpa e ansia. La self-compassion interrompe questo ciclo, trasformando l’autocritica in un dialogo interno più gentile e supportivo.

2. Il peso dell’empatia

Le PAS tendono a preoccuparsi profondamente per gli altri, spesso a scapito del proprio benessere. La self-compassion aiuta a riequilibrare questa dinamica, insegnando che prendersi cura di sé è il primo passo per essere davvero presenti per gli altri.

3. La sensazione di “troppo”

Le PAS vivono spesso con la sensazione di essere “troppo” in ogni situazione: troppo sensibili, troppo emotive, troppo pensierose. La self-compassion insegna a normalizzare queste sensazioni, riconoscendo che sono parte della propria unicità e forza.

Come la Self-Compassion può aiutarti se hai scoperto di essere una PAS

1. Accettare la tua alta sensibilità

Scoprire di essere una PAS può essere un sollievo, ma anche una sfida. Può emergere la tentazione di vedere la sensibilità come un problema da risolvere. La self-compassion ti insegna a vedere la tua sensibilità come un dono, non un difetto.

2. Gestire lo Stress e l’Overstimulation

Le PAS sono più suscettibili al sovraccarico sensoriale. La self-compassion offre strumenti per affrontare questi momenti con gentilezza, come fare una pausa senza sensi di colpa o riconoscere che prendersi del tempo per sé è un atto di cura, non di egoismo.

3. Creare un dialogo interno positivo

Molte PAS si trovano a combattere con una voce interiore che dice “Non sei abbastanza” o “Dovresti fare di più”. Con la self-compassion, impari a rispondere a questa voce con comprensione e supporto, trasformandola in un alleato.

Pratiche di Self-Compassion per le PAS

Ecco alcune pratiche semplici e concrete per integrare la self-compassion nella tua vita quotidiana:

1. Il Tocco Compassionevole

Quando ti senti sopraffatta, metti una mano sul cuore o abbracciati dolcemente. Questo gesto fisico aiuta il cervello a calmarsi, inviando segnali di sicurezza.

2. Il Diario della Self-Compassion

Scrivi i tuoi pensieri autocritici, poi riscrivili come se fossi una cara amica che ti consola. Questa pratica ti aiuta a cambiare prospettiva e a costruire un dialogo interno più gentile.

3. Pause di Mindfulness

Quando senti il peso delle emozioni o degli stimoli, fermati e respira profondamente. Nota cosa stai provando senza giudicare. Ripeti a te stessa: “È normale sentirsi così. Sono umana.”

4. La Frase di Sostegno

Trova una frase che ti conforti e ripetila nei momenti difficili. Ad esempio: “Sto facendo del mio meglio, e questo è abbastanza.”

Conclusioni

La self-compassion è un alleato prezioso per le PAS. Ti aiuta a navigare le complessità della tua sensibilità, trasformandola in una risorsa anziché in un limite. Se hai appena scoperto di essere una PAS o sospetti di esserlo, iniziare a praticare la self-compassion può offrirti un nuovo modo di rapportarti a te stessa, più gentile, più accogliente, più autentico.

🌿Pronta per iniziare?

Inizia oggi stesso con una piccola pratica di self-compassion. Anche solo dedicarti qualche minuto di pausa gentile può fare la differenza. Sei già sulla strada giusta: stai imparando a prenderti cura di te stessa, e questo è un grande atto di amore.

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Contatti

Laura Merio

email: info@lauramerio.com

Bruxelles – Milano

La mia news letter:

Un posto più intimo per chi cerca bellezza, senso e autenticità.

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